EPILOGO - CERIPE SICILIA

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EPILOGO

PRESENTAZIONE
 

Concludiamo con brevi cenni di sociologia politica che ci daranno  la possibilità
di capire come attraverso una Azione Socile mirata si può incidere sul pensiero
delle persone modificandone il comportamento.

Esaminare i legami tra politica e società, significa:
-    unificare un  complesso  di  studi e discipline;
-    analizzare e spiegare le relazioni esistenti tra società e politica partendo
    dal presupposto che l’analisi di una società implica necessariamente l’analisi
    del suo   contesto culturale e politico e viceversa.
    L’analisi di tale campo di discipline implica una specifica attenzione agli aspetti anche
psicologici della struttura dei  comportamenti sociali, che influiscono sostanzialmente
sulla sfera politica e che ne costituiscono  i criteri di spiegazione.
    Per facilitare  e comprendere  la complessa disciplina della Sociologia Politica la
scomponiamo in quattro grandi temi, porremo degli interrogativi e daremo delle definizioni.
La concezione del ruolo dello stato e la personale percezione dell’esercizio del potere attraverso
l’esercizio dell’autorità;

A quali fini  e a quali scopi si esercita effettivamente il potere?
Le risposte sono molteplici
I fini possono essere:
                                1. individuali, 2) collettivi;

mentre gli scopi possono essere:
                               a) politici, b) economici o  c) ideologici.

Possiamo quindi distinguere, a grandi linee, tre tipi di potere:


   -     politico, inteso come la capacità, di alcuni individui o gruppi di individui,
         di organizzare e di dominare i loro simili;

   -    economico, vale a dire la capacità di sviluppare e di organizzare le risorse;

   -    ideologico, cioè la facoltà di razionalizzare in qualche modo l’organizzazione sociale
        attraverso sistemi di credenze e di valori.

La nozione di autorità richiama il tema dell’obbligazione politica, riassumibile in due
domande fondamentali, che sono:
                        Perché la gente obbedisce?
                        Perché la gente dovrebbe obbedire?


-  obbedienza per coercizione,
dove cioè non si dà possibilità di scelta;
-  obbedienza in virtù di una tradizione che non è stata ancora messa in discussione;
-  obbedienza per apatia, ovvero si obbedisce per evitare fastidi e preoccupazioni;
-  obbedienza per acquiscenza pragmatica, ovvero l’accettazione di una situazione come
  di un destino perché non si può immaginare o sperare in un cambiamento;
-  obbedienza per accettazione strumentale, ovvero un accordo-consenso, in una situazione
  non del tutto soddisfacente, condizionato però dal raggiungimento di un fine specifico o
  dai vantaggi che si possono ottenere nel lungo periodo;
-  obbedienza per accordo normativo, ovvero accettazione della giustezza o correttezza della
  situazione, in quanto individui e membri della collettività, sulla base di ragionamenti e delle
  informazioni che si hanno a disposizione;
-  obbedienza in base a un accordo ideal-normativo: l’accordo poggia sull’ipotetica conoscenza
  di tutte le informazioni possibili delle circostanze, e anche dei requisiti degli altri membri,
   e avviene dunque in una situazione cosiddetta «ideale».

    Le relazioni che intercorrono tra contesto sociale e comportamento politico.
    L’esame delle effettive correlazioni tra comportamento politico e società introduce nell’ambito
dell’ analisi del nesso tra distribuzione sociale del potere e comportamento politico.
    La partecipazione politica (cioè dei soggetti che prendono parte alla vita politica di una
determinata società) e delle motivazioni che spingono gli individui ad impegnarsi politicamente.
   Assunto che la socializzazione  è «un lungo e complicato processo per imparare a vivere
nella società» Il termine socializzazione integrato  con quella che ,è la formazione dei valori,
intesi come morali, religiosi, sociali, e politici, i quali determinano le opinioni degli individui
sugli eventi, sulla società, sul mondo ecc., e in secondo luogo va collegato con il sapere derivante
dall’esperienza individuale, la quale caratterizza a sua volta valori e atteggiamenti.
    Così abbiamo almeno due variabili di cui bisogna tener conto per definire il processo
della socializzazione:

- la personalità individuale, considerata come un prodotto insieme di tratti ereditari
(natura) e di influenze ambientali (educazione e cultura). Si tratta di stabilire dunque le relazioni
tra i differenti tipi di personalità e i differenti saperi, e di indagare in che modo valori e
atteggiamenti individuali influenzino il comportamento politico;

-  l’esperienza individuale, intesa come l’elaborazione, da parte dell’individuo, di eventi e
problematiche che lo coinvolgono o direttamente, o dal punto di vista della consapevolezza.
L’esperienza è appunto ciò  che rafforza nell’individuo i saperi, i valori e quindi gli atteggiamenti
preesistenti, ma è anche ciò che  può modificarli e mutarli.

Considerando i modelli di partecipazione politica attraverso:

le quattro variabili di fondo individuate nel:

                 -   sapere e conoscenza;
                 -   valori e atteggiamenti;
                 -   personalità;
                 -   esperienza.

i processi di apprendimento cioè  le agenzie di  socializzazione:

                   famiglia;
                  sistema scolastico;
                  gruppi di pari, di lavoro, del tempo libero, religiosi e mass media, i quali
                  svolgono una funzione d’avviamento alla socializzazione politica;

inoltre, quattro meccanismi che agiscono durante tutta la vita dell’individuo:

                  imitazione;
                  istruzione;
                  apprendimento;
                  motivazione.

Si tratta di variabili che cambiano nel tempo e nello spazio, come da società a società,
da individuo a individuo, o da gruppo a gruppo. In questo modo, però, vediamo che
la socializzazione politica è concepita effettiva­mente come un processo dinamico e
persistente, che comprende il mante­nimento di valori e atteggiamenti, ma anche il
loro cambiamento, vale a dire quel processo definito di risocializzazione, e inoltre
vediamo come ciò avvenga in tutti e tre gli stadi della vita dell’individuo:

                a)   infanzia;
                b)   adolescenza;
                c)   età adulta.


Questo  fornisce  lo schermo percettivo attraverso il quale l’ individuo reagisce agli
stimoli e ai fenomeni politici. In ultimo  ci si deve chiedere:

                      cosa si apprende?
                      quando si apprende?
                      come si apprende?

                e, soprattutto, quale rapporto ha l’apprendimento con il comportamento politico?

Prima domanda: cosa si apprende?

Nei  bambini il processo di apprendimento si scompone  in quattro stadi:

     -    riconoscimento di un’autorità individuale (genitori, insegnanti, poliziotti, Presidente);
     -    distinzione tra un’autorità privata o interna (genitori, insegnanti) e un’autorità pubblica
          o esterna (poliziotti, forze armate)
;
     -    riconoscimento dell’esistenza di istituzioni politiche impersonali (Parlamenti, Stati, Corte
          suprema)
e di processi di tipo politico (elezioni);
     -    riconoscimento della distinzione tra tali istituzioni e processi e gli individui associati
           a esse:

Le istituzioni sopravvivono agli individui e ne trascendono l’esistenza. In questo modo le
rappresentazioni idealizzate di individui particolari si trasferiscono nelle istituzioni.

Sono state riscontrate, inoltre, differenze relative all’età, al sesso, allo status
socio-economico, alla religione e al quoziente d’intelligenza. Rispetto a queste
variabili ci sono  significativi riscontri  delle differenze specifiche rispetto ai livelli
di efficacia politica, cioè rispetto al grado con cui gli individui sentono di essere
capaci di esercitare effettivamente influenza sulla politica e sulle sue decisioni.

Bisogna precisare che  nel processo d’apprendimento e di socializzazione politica
c’è una progressione dal semplice al complesso, ovvero da una concezione più
limitata a una concezione più ampia della politica e delle istituzioni: si parte
dall’identificazione col Paese e dal riconoscimento dei simboli dell’ autorità a
concetti più astratti, come il voto, la nozione di democrazia, di ideologia ecc.

In questo modo, gli individui acquisiscono diversi livelli di conoscenze sulla sfera
della politica, e tali conoscenze sono sia la base di valori, atteggiamenti e opinioni
sui fenomeni e sulle idee politiche, sia, al contempo, lo strumento per
la loro interpretazione.

Seconda domanda: quando si apprende?

È ovvio che la socializzazione è un processo che si verifica in realtà nel corso
dell’intera vita degli individui, ma nel corso delle ricerche l’infanzia e
l’adolescenza sono state considerate più importanti dell’età adulta; solo
ultimamente si è cominciata a prestare una maggiore attenzione al processo
di socializzazione nell’età adulta, visto che, come si è detto, esso dura tutta la vita.

Alcune ricerche hanno  portato all’individuazione del concetto di socializzazione
generazionale, vale a dire la socializzazione inconscia dei bambini condotta dagli
adulti, e all’importante concetto di risocializzazione.  Si possono  distinguere  allora
due fasi in quello che si individua come il processo di risocializzazione:
una fase «in forma di continuum», che garantisce cioè la continuità della
riproduzione della società e la sopravvivenza della sua forma specifica;
una fase rivoluzionaria, quando cioè un nuovo regime con valori e ideologia
differenti conquista il potere subentrando al vecchio: qui abbiamo un
contemporaneo processo di socializzazione delle giovani generazioni e di
risocializzazione delle vecchie, per portarle dalla vecchia alla nuova ideologia.
Il controllo ideologico è concepito, in questa fase, come un continuo processo
di socializzazione, che si attua nei luoghi di lavoro, attraverso i media,
nel tempo libero ecc. In questo modo tutte le attività sociali sono soggette a
valutazione ideologica, e tutti i comportamenti devono essere conformi all’ideologia:
si tratta dunque di un processo di socializzazione politica consapevole.

Terza domanda: come si apprende?

Si è già detto dell’importanza che si attribuisce al ruolo della famiglia e della scuola,
visti come i principali agenti di socializzazione nel periodo dell’infanzia, e generalmente
essi appaiono come fattori congruenti fra loro nel processo, ma si può anche ipotizzare
che in alcuni casi famiglia e scuola siano tra loro agenti conflittuali.Nei periodi successivi
della vita dell’individuo compaiono altri fattori importanti di socializzazione politica:
i gruppi di pari, i gruppi di lavoro, i gruppi sociali del tempo libero, i gruppi religiosi,
i mass-media. È evidente, però, che, a seconda dei casi specifici, alcuni fattori saranno più
o meno importanti di altri. Così, in determinate società la presenza di sette religiose può far
verificare processi di socializzazione politica autonomi e antagonistici, in quanto le sette
religiose possono avere valori che conflig­gono con quelli della società e cercare in tal modo
di isolarsi per mantenere un controllo effettivo sui processi di socializzazione che esse determinano.
     È da menzionare anche come molte ricerche testimonino l’importanza dei gruppi di pari,
come agenti del processo di socializzazione nelle società primitive, ma è da ricordare come essi
siano importanti nelle stesse società avanzate in riferimento agli status, dal momento che in una
società moderna ai vari status occupazionali e di reddito corrispondono indubbiamente differenti
stili di vita, così come differenti simboli di tali status. Per quanto ri­guarda il ruolo dei mass-media
nelle società contemporanee, è comunemente riconosciuto come essi costituiscano agenti molto
importanti della socializzazione politica, in quanto i mass-media sono, si può dire, la principale
fonte di informazione nelle nostre società.

A grandi linee, si possono individuare tre meccanismi generali della socializzazione politica:

1-   L’imitazione, vale a dire il copiare comportamenti degli altri individui o dei gruppi.
     Questo meccanismo è prevalente nell’infanzia dell’individuo;

2 -  l’istruzione, vale a dire l’apprendimento intenzionale di informazioni, di conoscenze
     e di comportamenti appropriati. Tale dinamica si verifica sia in modo formale, cioè attraverso
     il sistema scolastico, sia in maniera  informale, attraverso discussioni di gruppo e altre attività;

3 -  il meccanismo della motivazione, vale a dire l’apprendimento di informazioni, conoscenze e
     comportamenti appropriati attraverso un processo costituito da prove ed errori, che dura
     l’intera vita, ovvero attraverso quella che comunemente si chiama esperienza degli individui.

Quarta domanda: quale rapporto ha la socializzazione con il comportamento politico?


Si tratta ovviamente dell’aspetto più difficile, la socializzazione politica e la partecipazione politica.
Certamente, se il voto viene visto come il risultato del processo di socializzazione politica,
le ricerche sul comportamento elettorale individuano una relazione certa tra le caratteristiche
socio-economiche dei soggetti e il loro comportamento di voto. È ipotizzabile anche la legge
secondo la quale l’aumentare del divario e dello scarto tra processo di socializzazione e realtà
effettiva produca tensioni nel sistema politico, fino al suo collasso o alla sua trasformazione,
come ci mostrano gli avvenimenti nell’Europa dell’Est dal 1989 e nell’ex  Unione Sovietica,
dove, tra l’altro, il processo di risocializzazione che ne è seguito ha incontrato molte difficoltà.

Il rapporto tra campo dei valori e  sfera politica, che comprende gli aspetti soprattutto culturali
e la dimensione  psicologica della partecipazione politica e il ruolo delle ideologie;

Si intende generalmente per partecipazione politica il processo di coinvolgimento degli individui
nel sistema politico, a tutti i livelli possibili di attività: dal disinteresse totale al titolo politico e
alla carriera politica.

Si tratta di un punto molto importante nella teoria generale della sociologia politica, e dotato
di una certa autonomia; non si può dire che vi sia un semplice rapporto di causa-effetto tra
la socializzazione politica e la partecipazione politica, come se quest’ultima fosse un
semplice prodotto o un’estensione della prima, si può dire però che esse sono strettamente
e strutturalmente connesse.

La partecipazione politica è un punto fondamentale nel complesso di teorie sociologico-politiche,
poiché si configura come un fenomeno universale: non nel senso che tutti partecipino attivamente
alla politica, ma nel senso che essa è presente in tutte le società, anche se le sue forme variano
ampiamente. Lasciando da parte l’accezione più ristretta, quella che la identifica con la nozione
di democrazia, la partecipazione politica assume un ruolo fondamentale nelle principali direzioni
teoriche delle ricerche sociologico-politiche: quella elitista, quella pluralista e quella marxista.

Teoria elitista: il campo della partecipazione politica, nelle sue manife­stazioni più significative,
è ristretto alle élite, mentre le masse sono sem­plicemente manovrate.

Teoria pluralista: qui la partecipazione politica è la chiave per com­prendere il comportamento
politico, in quanto essa è l’elemento che spie­ga la distribuzione del potere e i processi decisionali.

Teoria marxista: è la coscienza di classe che spinge alla partecipazione politica del proletariato,
e quest’ultima si estrinseca, nel suo significato più generale, come azione rivoluzionaria.
Lenin attribuiva importanza fondamentale alla partecipazione al partito comunista in quanto
avanguardia del proletariato Infine, neo-marxisti come Gramsci e Althusser assumono la
partecipazione politica come uno dei fattori più importanti che spiegano la sopravvivenza
del capitalismo: l’egemonia, in sen­so gramsciano è proprio ciò che consente la capacità
di controllo della partecipazione.

Al fine di inquadrare ora più da vicino questo fenomeno, possiamo adoperare l’impostazione
di partecipazione politica attraverso tre aspetti:

Modo di partecipazione: cioè l’aspetto che essa assume, sia a livello formale sia informale,
e dunque la variazione dei modi della partecipazione considerata in relazione all’interesse,
alle risorse e agli atteggia­menti generali presenti nelle specifiche società
(se essa viene incorag­giata o meno ecc.);

intensità: vale a dire quanti individui partecipano, quanto spesso ecc., in relazione a opportunità
e risorse ecc. Si può dire che l’intensità è la misura della partecipazione politica;

qualità: cioè il grado di efficacia della partecipazione, i suoi effetti sulle effettive decisioni delle
politiche e l’influenza che essa ha su chi detiene il potere. La qualità varia anch’essa da società
a società, sempre in rela­zione a opportunità e risorse.

A) Le forme e i luoghi della partecipazione politica

Schemi della partecipazione politica, attraverso i quali classificare in una scala tutti i
possibili livelli di partecipazione: dal non coinvolgimento totale alla titolarità di una carica politica.

Il primo schema gerarchico,  in cui il livello più basso è costituito dal non-voto, composta da tre gruppi:

- Il primo gruppo sono i gladiatori
, il 7%: colo­ro che sono spesso attivi in politica.

– Il secondo gruppo viene denominato gli spettatori,
il 60%: coloro che sono impegnati in politica a livello minimo

– Il terzo gruppo sono gli apatici,
il 33%: coloro che si disinteressano di politica.

Questo schema è integrato in una gerarchia più complessa  che comprende differenti tipi
di gladiatori, tenendo conto dell’impegno anche in varie forme di protesta, di modo che chi
sta in cima alla gerarchia risulta attivo a vari livelli della scala composto da sei gruppi:

quelli totalmente passivi e inattiv
i (22%);

quelli che svolgono attività politica solo nella forma del voto (21%);

i localisti, cioè coloro che svolgono attività legate a problemi politici locali (20%);

i parrocchiali, cioè coloro che si interessano più o meno esclusivamente a ciò che li
riguarda personalmente (4%);

i contendenti,
che manifestano interesse e attività politica solo in relazione a problemi
particolari (15%);

infine gli attivisti globali:
coloro che sono interessati e coinvolti nell’intera gamma
delle questioni politiche (18%).

Tale schema ha il merito di ricoprire l’intera gamma della partecipazione politica,
e di essere applicabile a tutti i sistemi politici, anche se il valore specifico di ciascun
livello varia rispettivamente in ogni sistema politico.

  Al vertice si trovano gli incarichi ufficiali all’interno del sistema politico (cariche politiche,
membri della burocrazia ecc.),
ovvero i soggetti che esercitano un potere politico formale.
    Sebbene non si esclude la possibilità che anche altri gruppi possono esercitare potere di fatto,
al primo posto nella scala vi sono comunque i depositari formali del potere, anche se appunto il
potere può risiedere anche altrove, e insieme a loro i potenziali titolari, vale a dire chi aspira
a ricoprire un incarico: chi occupa o chi cerca di occupare un incarico nel sistema politico.
    Al di sotto di essi compaiono i militanti di organizzazioni politiche e semi-politiche, denominate
agenti di mobilitazione, cioè organizzazioni tramite le quali gli individui partecipano a forme
di attività politica a difesa o promozione di idee, posizioni, persone, situazioni o gruppi.

Gli agenti di mobilitazione politica si dividono in due tipi: i gruppi di pressione, cioè organizzazioni
che promuovono o rappresentano posizioni limitate o specifiche, e i partiti politici,
cioè organizzazioni che ricoprono un più ampio spettro di attività. Entrambe le tipologie possono
godere o di un sostegno specifico, da parte di pochi individui o gruppi sociali, o di un sostegno
diffuso, comprendente cioè un numero più ampio di individui o gruppi.

I gruppi di pressione si contraddistinguono per avere obiettivi politici limitati (come ad es.
l’introduzione, la modifica o l’abolizione di leggi o norme, la protezione di interessi di
determinati gruppi o individui, la promozione di ideologie, principi, idee ecc.) o più continui
(come per es. l’estensione dei diritti civili e delle libertà ecc.), per ottenere un consenso
limitato o più diffuso (per es. i sindacati possono rientrare in questo tipo di agenti di
mobilitazione politica), e per il loro coinvolgi­mento in attività politiche, anche se il
grado di tale coinvolgimento varia notevolmente, in quanto alcuni gruppi agiscono
propriamente al- l’ interno della sfera politica, altri solo occasionalmente e altri raramente
(si pensi alla differenza, per es., tra un gruppo che lotta contro il disarmo nucleare e un
Automobile Club).
Se da una parte esistono gruppi di pres­sione politica che sono delle organizzazioni
politiche a tutti gli effetti, d’altra parte la maggior parte dei gruppi di pressione sono
delle organizzazioni semi-politiche con funzioni politiche parziali e occasionali.

I partiti politici si caratterizzano invece per il consenso diffuso o spe­cifico, per avere attività
politiche diffuse e non specifiche, per avere obiettivi politici ad ampio spettro (tutti i problemi
che una società deve fronteggiare, anche se con una maggiore enfasi ad alcuni piuttosto
che ad altri), e per un’ampia o ristretta base di consenso: i partiti di massa delle moderne
democrazie liberali, con la loro impostazione pragmatica e il loro spirito di negoziazione,
e i partiti di massa nei paesi totalitari posseggono una base ampia, mentre i partiti regionali,
religiosi, etnici o elitisti di solito sono delle organizzazioni politiche a base ristretta.

Per quanto riguarda gli individui, la forma della partecipazione può essere attiva (dalla
sottoscrizione, alla carica pubblica ecc.) o passiva, e l’in­dividuo può passare dall’una
all’altra (per es. l’individuo può passare da un’adesione passiva a un coinvolgimento di
fondo in un’organizzazione). Le ragioni che spingono gli individui a partecipare alle
organizzazioni politiche sono poi di quattro tipi, ovvero possiamo individuare quattro
forme della partecipazione individuale:

per convinzione, come per es. la partecipazione a manifestazioni o incontri pubblici,
spontanea o causata da eventi organizzati dagli stessi partiti politici o dai gruppi di pressione.
L’ adesione può essere limitata o saltuaria, ma è comunque attiva e non semplicemente
passiva, oppure può consistere in un impegno continuo e nell’iscrizione all’ organizzazione.

Per discussioni politiche informali, che esse avvengano in famiglia, al lavoro o tra amici.
Si registra un livello maggiore di discussioni politiche durante le campagne elettorali
e nei momenti di crisi politica. Natu­ralmente, anche questo fattore varia a seconda
dei particolari contesti politico-sociali e dalla specificità delle situazioni in cui la discussione
politica viene incoraggiata, o scoraggiata ecc.

Per interesse, attraverso i mass-media: si tratta di una partecipazione che è limitata
al tenersi informati, e dunque alla formazione di opinioni, o al voto politico.

Per voto: si tratta della forma meno attiva di partecipazione politica, a seconda anche
dalla frequenza delle elezioni nelle situazioni particolari.

Bisogna considerare ora l’assenza di partecipazione politica, la quale può essere una
scelta precisa da parte dell’individuo, come anche può esse­re causata da altri fattori
che vanno oltre il controllo individuale. Dobbiamo però distinguere delle varianti:

la cosiddetta alienazione politica, vale a dire il rifiuto o l’ostilità nei confronti della
società e del sistema politico, può sfociare nella non- partecipazione, cioè nell’ apatia
e nell’inattività, come però anche in for­me di partecipazione politica attiva a vari livelli;

la violenza, espressa attraverso manifestazioni e moti violenti, oppure attraverso
organizzazioni politiche e semi-politiche che considerano la violenza un mezzo
efficace per raggiungere i propri scopi.

La diffusione della partecipazione politica varia in conseguenza dello status
economico-sociale, dei livelli di istruzione, dell’occupazione, del sesso, dell’età,
della religione, dell’etnia, dell’area di residenza, della personalità, dell’ambiente
e del contesto politico.

Una specifica attenzione va rivolta al fenomeno dei nuovi movimenti sociali,
cioè al formarsi e allo svilupparsi di nuovi gruppi di pressione, che operano
con modalità differenti rispetto ai gruppi di pressione tradizionali definiti sopra.
Si possono individuare quattro criteri per distinguere i nuovi movimenti sociali dai
gruppi tradizionali. Essi si distinguono per:

istanze: corpo, salute, identità sessuale, città, quartiere, ambiente fisico, tradizioni
e identità culturali, etiche, nazionali e linguistiche, condizioni di vita degli individui,
istanze di sopravvivenza del genere umano;

valori: universalistici più che sociali, valori di autonomia, opposizione a manipolazioni,
a controlli, alla burocratizzazione ecc.;

gestione interna: organizzazione informale, poca distinzione tra membri e leader,
maggiore azione volontaria diffusa e raccolta di fondi.
Rispetto all’attività rivolta all’esterno: posizioni spesso non negoziabili e pochi compromessi.

Non rientrano nei tradizionali schemi destra/sinistra o socio-econo­mici: sono compresi
piuttosto in categorie basate su genere, età, località, interesse per la specie umana ecc.
Provengono soprattutto dalla co­siddetta nuova classe media (servizi umani, colletti
bianchi, lavoratori pubblici) e dalla classe media tradizionale (disoccupati, studenti,
casalinghe, pensionati).

B) Ragioni della partecipazione politica

Si  individuano quattro fattori fondamentali che determi­nano la partecipazione
politica degli individui: gli stimoli politici, la posi­zione sociale, le caratteristiche personali
e l’ambiente politico.

Stimoli politici: per l’individuo consistono in discussioni politiche e nell’ appartenenza
a organizzazioni politiche.

Caratteristiche personali dell’individuo stesso, come qualità di socie­volezza,
estroversione, personalità dominante ecc., in base alle quali varia la partecipazione politica.

Posizione sociale: il grado di istruzione, l' appartenenza etnica, la posizione di classe,
il luogo di residenza influiscono notevolmente sulla partecipazione politica.

Contesto politico. La cultura politica specifica può favorire o ostacola­re la partecipazione,
e comunque ne determina le forme. Dunque in que­sto fattore le variabili sono molto
significative, come l’estensione del diritto di voto, la frequenza delle elezioni, il numero
di incarichi ricoper­ti, la possibilità o meno di riunioni e dimostrazioni politiche,
la diffusione e la natura dei partiti e dei gruppi di pressione ecc.

Questi fattori vanno integrati, per quanto riguarda l’individuo, con tre variabili
generali fondamentali: le capacità, le risorse e l’impegno.

Le capacità possedute dall’individuo sono costituite da abilità sociali, analitiche,
organizzative, oratorie.

Le risorse consistono in tempo e denaro. Il denaro serve per le sottoscrizioni
e le donazioni, il tempo per avere la capacità di coltivare la partecipazione,
in forma di relazioni con gli altri individui.

L’impegno che deriva dalla motivazione per un ideale, una causa,
o in favore di un leader o di una organizzazione.

Si tratta di variabili che interagiscono fra loro, influenzando la partecipazione politica,
la quale si estrinseca perciò a partire dalla struttura indivi­duale di conoscenza,
dai valori e dagli atteggiamenti dell’individuo, dalle motivazioni, dalle capacità,
dalle risorse e dalla struttura stessa della personalità individuale.
Tutte queste variabili determinano la decisione alla partecipazione o meno,
all’inattività o all’inattività, venendo a formare quella che si può chiamare
la struttura percettiva in quanto esperienza.

C) Idealtipi.

Weber elabora quattro idealtipi generali per spiegare la partecipazione sociale
e politica, intesa come la totalità delle azioni e dei comportamenti sociali e politici.
Essi consistono in quattro tipi di comportamento, di cui i primi due sono definiti
razionali, e gli altri non razionali, anche se non ne­cessariamente irrazionali.

Comportamento razionale rispetto allo scopo: l’individuo valuta l’azione dal punto
di vista del rapporto costi/benefici e mezzi/fini. Un esempio di tale atteggiamento
è un comportamento razionale di tipo economico, cioè quello che massimizza i
benefici e minimizza i costi per conseguire un obiettivo prefissato, cioè appunto rispetto allo scopo.

Comportamento razionale rispetto al valore: l’individuo valuta l’ azione nei termini
del rapporto costi/benefici soltanto per quello che riguar­da i mezzi per conseguire
lo scopo, senza mettere in discussione i fini stessi. Individuare, ad esempio, i mezzi più
efficaci per conseguire un ideale religioso, politico ecc.

Azione affettiva: è l’azione individuale governata dalle emozioni.

Azione tradizionale: è l’azione individuale governata dagli usi e dai costumi.

Ora, questa spiegazione idealtipica di Weber contiene il limite della sta­ticità, vale
a  dire non è in grado di spiegare come avvengano i cambiamenti di comportamento,
o i passaggi da un tipo di azione a un altro, ma in questo quadro weberiano viene
comunque considerata l’importanza di quelli che per l’individuo sono i valori, nonché
l’esigenza di soddisfazione dei bisogni individuali.

È da citare, in conclusione, lo schema in cui il ruolo della partecipazione politica
per l’individuo è considerato esclusivamente dal punto di vista della soddisfazione
dei bisogni ed è:

un mezzo per la soddisfazione dei bisogni economici;
uno strumento considerato come il più utile per conseguire un cambiamento sociale;
un modo per perseguire determinati valori;
un mezzo per la soddisfazione di bisogni psicologici inconsci.

D) L’assenza di partecipazione

Un altro problema rispetto a questo tipo di classificazioni consiste nella considerazione
dei motivi che inducono a non partecipare alla politica, sen­za contare che la non
partecipazione ad attività politiche può anch’essa ri­spondere ai bisogni indicati.
Dunque, paradossalmente, uno schema che consideri la partecipazione politica
in un’ottica strumentale, quale mezzo per la soddisfazione di vari tipi di bisogni
individuali, deve comprendere al suo interno sia coloro che partecipano sia coloro
che non partecipano.

A questo proposito, i motivi dell’assenza di partecipazione sono stati compresi  
attraverso una classificazione di stati mentali differenti, quali:

apatia, cioè mancanza di interessi;
cinismo, vale a dire disincanto, o disprezzo del mondo;
alienazione, intesa come estraneità, o distacco ostile dalla società;
anomia, cioè distacco indifferente dalla società.

Si tratta di uno schema che mostra però dei limiti di rigidità e unilateralità.
Spesso, infatti, queste caratteristiche possono far parte di una stessa personalità,
e comunque possono ritrovarsi anche tra individui impegnati in attività politiche,
se si esclude la partecipazione ai livelli più alti della sfera politica.
Dunque non solo la distinzione delle qualità personali non sembra metodologicamente
corretta, ma anche la distinzione tra partecipazione e assenza di partecipazione
non può essere rigidamente separata, se si vuole inquadrare sistematicamente
il problema sotto l’aspetto della soddisfazione dei bisogni dell’individuo.
L’alienazione, per esempio, non si configura necessariamente come un distacco
o un’ostilità passiva nei confronti della società, perché essa può essere anche una
forma di attività politica, come nei casi di un’azione politica radicale, violenta o rivoluzionaria.
Insomma, la considerazione dell’assenza di partecipazione rimane un problema per la
sociologia politica. D’altronde, non bisogna scordarsi che i motivi reali di un
disimpegno o di un basso livello di partecipazione politica possono dipendere
anche da fattori che sfuggono al controllo dell’individuo, come in una situazione in
cui sia impedito con la forza agli individui di esercitare i propri diritti.

E) Conclusioni: lo stato della ricerca sulla partecipazione politica


Il limite degli studi sociologico-politici sulla questione della partecipa­zione è sintetizzato
in «ci sono poche teorie sistematiche che mettano le variabili sociali, psicologiche
e politiche in relazione con la partecipazione politica» . Eppure, stabilire le modalità
di que­sta relazione è un compito necessario, dal momento che tale relazione esiste,
e quindi i fattori alla base della partecipazione politica vanno considerati nel loro
rapporto con almeno quattro tipi di variabili:

                     variabili sociali;
                     variabili psicologiche;
                     abilità;
                     risorse individuali.
È da osservare, inoltre, che la partecipazione politica è strettamente connessa al
comportamento sociale, e non è separata da esso, ma si può dire che sia anzi posta
da esso. Le ricerche sociologico-politiche su questo tema devono collegarsi di più con
gli studi psicologici, e hanno inol­tre la necessità di ricorrere a un uso maggiormente
estensivo di indagini longitudinali, perché solo attraverso queste ultime si possono
cogliere i cambiamenti degli stessi soggetti nel corso del tempo, soprattutto per
quanto riguarda le forme più attive di partecipazione, quali quelle proprie di soggetti
che sono titolari di incarichi politici o amministrativi.

I processi di cambiamento delle società,  i processi di sviluppo, di modernizzazione,
le rivoluzioni politico-sociali, insomma gli aspetti che riguardano l’ evoluzione sociale
e il suo rinnovamento rivoluzionario.

Indagare le modalità e le ragioni di quelli che sono i cambiamenti che investono
le società costituisce un punto centrale per quanto riguarda le ricerche sociologico-politiche.

In generale, si può dire che il mutamento sociale è di due tipi, ovvero può essere risultato di:

una rivoluzione: un profondo mutamento sociale determinato anche dal­l’uso dalla violenza;

un’evoluzione: un mutamento graduale, prodotto in gran parte dai cam­biamenti tecnologici.

La rivoluzione

Bisogna innanzitutto chiarire il problema della definizione di cosa è una rivoluzione.
Una definizione secondo sei caratteristiche concepisce una rivolu­zione come caratterizzata da:

            alterazione di valori della società;
            alterazione della struttura sociale;
            alterazione delle istituzioni;

cambiamenti nella leadership, sia dal punto di vista del personale sia dal punto di vista
della composizione di classe;
passaggio di poteri non in forma legale;
presenza di atti e comportamenti violenti determinanti nel cambiamento.
L’evoluzione

L’EVOLUZIONE DELLE SOCIETÀ: TEORIE DELLO SVILUPPO E DELLA MODERNIZZAZIONE


L’ evoluzione non va intesa nel suo significato, come il contrario della rivoluzione,
e nemmeno nella sua accezione darwinista, che ne rende­rebbe un significato limitato
e insufficiente quale quello della sopravviven­za dei più idonei.

A questi studi sono succeduti poi degli approcci alternativi presentano quattro
fondamentali scuole di pensiero:

              quella incentrata sul tema dello sviluppo politico;
              quella della modernizzazione;

A) Teorie dello sviluppo politico

Questa teorie  concepisce lo sviluppo di tutte le società in quanto progresso in
direzione della liberal-democrazia.  Esse sostengono che tutte le società attraversano
una progressione di stadi che vanno dalle società primitive tradizionali alle
moderne società industriali capitalistiche e liberal-democratiche,
in un processo che ha, come fattori fondamentali:

una specializzazione crescente dei ruoli sociali e quindi un ampliamento
della divisione sociale del lavoro;
il passaggio da identificazioni particolari (locali e tribali), a identificazioni di tipo
universalistico (la nazione, lo Stato);
il passaggio da status fissi di tipo tradizionale, a status conseguiti e basati sul merito;
lo sviluppo di processi e istituzioni adeguati a questi cambiamenti.
Vediamo allora come individui tre variabili in base alle quali si muove lo sviluppo
delle società, le cui interazioni producono cinque tipi di crisi dello sviluppo.

Variabili differenziazione: progressiva separazione e specializzazione dei ruoli, delle
istituzioni e delle associazioni;
uguaglianza: sviluppo di una cittadinanza nazionale e di una legalità di tipo universalistico;
capacità: sistema politico in grado di stimolare le trasformazioni e di gestirne le
tensioni che ne risultano.

Crisi:

identità: conflitti tra sentimenti nazionalisti delle masse e l’élite, o tra appartenenze
etniche e regionali e lealtà nazionali;
legittimità: rivendicazioni di potere contrastanti o loro rifiuto da parte delle autorità
e dei gruppi dominanti;
partecipazione: conflitto tra richieste di partecipazione politica da parte delle
masse e opposizione da parte delle élite;
penetrazione: pressione sui gruppi dominanti per cambiamenti politico­costituzionali
o strutturali;
distribuzione: conflitti incentrati sulle risorse, sull’ ideologia, o sulle trasformazioni
dell’ambiente.

E’ da notare  l’importanza delle crisi nei processi di sviluppo, sia come problemi di conflitto
tra identità naziona­le e identità locali, sia come legittime e contrapposte pretese di potere,
sia come contrapposte esigenze di distribuzione economica e di risorse.
Si può dire che comunque questa analisi non risolve del tutto il problema della partecipazione
e della penetrazione, nel senso che, se da una parte è vero che lo sviluppo politico porta con
sé richieste di maggiore partecipazione e richieste di trasformazioni politiche e istituzionali,
non si può dimostrare che tali richieste di maggior partecipazione siano inevitabili. In generale,
si tratta un complesso di te orizzazioni che mostra dei limiti ben evidenti, schematizzabili
in quattro punti critici fondamentali:

sono caratterizzate da un pregiudizio ideologico di tipo liberal-demo­cratico in senso politico;
non spiegano il perché delle trasformazioni;
non spiegano in maniera adeguata le relazioni tra i vari tipi di crisi;
viene data troppa importanza al mutamento politico in quanto distin­to dai mutamenti sociali.

B) Teorie della modernizzazione

Il principio alla base di queste teorie è più o meno il seguente: il muta­mento sociale è
un processo lineare di trasformazione delle società tradizio­nali agrarie in moderne
società industriali capitalistiche nelle quali si delinea una tendenza generale allo
sviluppo e alla modernizzazione attraverso una serie di sta­di, sia di crescita economica,
che di sviluppo politico.

1. Crescita economica:

                  società tradizionale;
                  precondizioni per il take-off;
                  take-off,
                  percorso verso la maturità;
                  età di elevati consumi di massa.

2. Sviluppo politico:

                   unificazione primitiva;
                   industrializzazione;
                   Welfare State nazionale;
                   abbondanza.

Il paradigma di questa teoria è l’universalizzazione del modello capitalistico:
esso è visto come un modello valido e adattabile a tutte le società.
Si tratta di un approccio dichiaratamente anticomunista, nel senso che si pone
come alternativo all’interpretazione marxista della storia moderna,
il quale sostiene che la crescita economica capitalistica è un processo automatico
in tutte le società, laddove tali società siano in grado di rispondere adeguatamente
ai potenziali di crescita prodotti dallo sviluppo tecnologico. In questo quadro,
se una società tradizionale non trae vantaggio dallo sviluppo economico,
ciò avviene perché essa non vuole o per incapacità.

E’ stata  elaborata  un’altra  teoria che però mette l’ accento sul piano politico,
cioè sul ruolo dei governi nello sviluppo, e sulla capacità che hanno gli Stati
di utilizzare le risorse umane e naturali per obiettivi di sviluppo economico
nazionale che  individua quattro stadi della modernizzazione:

unificazione primitiva: creazione e mantenimento di un Governo politico
centralizzato, che produce un’unificazione economica;
industrializzazione: economia industrializzata e formazione di un’ élite
economica e politica nuova, urbanizzazione, consolidamento dell’identità nazionale;
Welfare-State e consumi di massa;
abbondanza: grazie a quella che viene  chiamata «rivoluzione dell’ automazione»,
dove si crea una situazione in cui le concentrazioni sovranazionali di potere economico
e politico mettono in discussione l’esistenza stessa degli Stati nazionali, tendendo
a sostituirli con entità politiche costituite da conti­nenti o da blocchi regionali.

Si può dire che le trasformazioni e i cambiamenti sociali che investono i vari
Paesi sono storicamente causati dalle conquiste e dalle interferenze straniere
più che dalle rivoluzioni interne. Il processo di industrializzazione compiutosi
in Europa e in Nord-America è stato infatti reso possibile dalla penetrazione coloniale  
nel resto del mondo: con essa il mondo intero ha messo a disposizione mercati e
sbocchi di investimento, e, d’ altra parte, l’industrializzazione ha trasformato completamente
il mondo, creando un mercato mondiale unificato e complesso, e una divisione mondiale
del lavoro e dei ruoli economici.

 
 
 
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